sabato 20 ottobre 2012

Amedeo Guillet, l'uomo sul cavallo bianco


di Domenico Latino









La mia avventura insieme al barone Amedeo Guillet ha inizio alcuni giorni addietro: una calda mattina di giugno, dopo una lunga attesa, il corriere mi consegna il pacchetto che aspettavo con ansia. Con sollievo rientro a casa e in cucina, godendo del fresco venticello del ventilatore, con la vista ancora alterata dal sole, comincio a scartare con avidità il mio fagotto bianco carico di timbri e segni che confermano la distanza percorsa per arrivare a destinazione. È incredibile quante sensazioni possa provocare in me un pacco da scartocciare! Spesso penso che io sia più attirato dal fatto che non dall’ effetto e in realtà ho sempre preferito la gioia delle sorprese alla consistenza dei regali. Una foto in una vecchia tonalità richiama la mia attenzione e pian piano prendono forma ai miei occhi i contorni di un elegante soldato e del suo bianco destriero: è la copertina di un voluminoso libro; finalmente ho fra le mani la biografia che tanto mi incuriosiva: Sebastian O’ Kelly – Amedeo. Vita, avventure e amori di un eroe italiano in Africa Orientale. Al riparo dalla calura estiva e stimolato dall’argomento mi stendo sul mio comodo divano e mi tuffo nella lettura di un personaggio, ahimè, poco conosciuto, ritrovandomi ben presto proiettato indietro nel tempo, in un mondo oramai scomparso ma non per questo meno affascinante: il mondo coloniale europeo in Africa, quando la nazione italiana era ancora in fase di formazione, il mondo delle masse contadine di cui il cavallo fu principale fonte di forza economica e militare, dell’eclissi dell’aristocrazia come propulsore della politica e classe di potere. Leggo del fascino esotico dell’Africa, dei mantelli dei cavalieri, dei ricevimenti di gala e del coraggio di uomini in arme che hanno rinunciato alla loro giovinezza per combattere le guerre italiane del ventesimo secolo.
Dicembre 1941. Hodoeida, Yemen. Il sole sopra la testa e le strade roventi mettevano a tacere le grida dei mercanti e gli scricchiolii dei carretti. Alcune donne della città raccoglievano gli avanzi del pasto della sera precedente e si incamminavano attraverso il groviglio di vicoli maleodoranti, fino alla piazzetta di fronte la prigione. All’interno della cella, più bassa del livello della strada, una debole luce penetrava nel buio e i prigionieri sapevano che, in quelle ore del primo pomeriggio, sarebbe arrivato l’unico pasto della giornata. Croste di pane, pezzi di pesce e frutta sarebbero piovuti giù all’improvviso dalle sbarre in alto. Alcune donne che offrivano il cibo erano mogli o parenti, altre semplicemente mostravano compassione per gli incarcerati rispondendo alle prescrizioni del Corano. Gli uomini impediti dai ceppi balzavano in avanti per gettarsi sui resti, spingendosi l’un l’altro. Uno di loro era più lento degli altri e zoppicava a fatica verso il cibo tenendo sollevate le catene che gli legavano i piedi con un pezzo di corda. Attorno alla caviglia destra, sotto i ceppi che cercava di tener alzati, aveva una fasciatura sporca, incrostata di sangue rappreso e marciume. Anche se sempre per ultimo, riusciva comunque a trovare qualcosa: una testa di pesce, un angolo di pane frantumato o un tortino di riso ridotto in briciole, che raccoglieva poco alla volta dal pavimento di terra battuta. Gli altri carcerati, malviventi, contrabbandieri, furfanti, imbroglioni o innocenti finiti lì per sbaglio, non avevano nulla a che vedere con lo straniero che diceva di chiamarsi Ahmed Abdullah al Redai.  Vestito di panni luridi che ricadevano larghi intorno al suo corpo scarno, sebbene parlasse con scioltezza arabo, aveva un forte accento straniero e tutti sapevano che non era un yemenita della città di Reda, come voleva far credere il suo nome. Il prigioniero rimaneva seduto fermo per ore in un angolo della cella, la schiena appoggiata contro il muro di pietra; di quando in quando, si alzava lentamente e si trascinava fino alla vasca con l’acqua comune, portandosi alle labbra un mestolo ricavato da una vecchia scatola di latta. C’era poi un secchio fetido per le altre necessità dei prigionieri, al quale Ahmed si avvicinava sopprimendo la sua continua sensazione di nausea. Ormai provava tristezza al ricordo della speranza accesasi in lui quando per la prima volta aveva scorto le montagne dello Yemen coperte da un coperchio di nuvole, a bordo del sambuco che lo aveva traghettato dall’Eritrea attraverso il Mar Rosso. Sembrava fossero passati dei mesi da quando aveva rivelato all’ufficiale più alto in grado del porto di non essere un musulmano ma un militare italiano che aveva combattuto contro gli inglesi. Aveva comandato ottocento cavalieri e ora, nello Yemen, cercava scampo dai suoi nemici. L’ufficiale, un giovane elegante in tunica di seta bianca, sedeva sotto una tettoia sulla spiaggia, su dei cuscini, sopra un tappeto steso sulla sabbia e scrutava in silenzio la figura davanti a lui. Vestito di abiti miseri, senza denaro né documenti di identità, sembrava uno dei mille arabi disperati disseminati lungo la costa, che tentavano di sopravvivere in tempi difficili. Aveva mani ruvide e callose, la faccia segnata dalle intemperie e una cicatrice lungo la guancia destra e, nonostante gli occhi grigio-azzurri fossero splendenti, le sclere erano ingiallite dalla malaria. Ma c’era qualcosa in lui che tratteneva il giovane ufficiale dal congedarlo. Sarebbe potuto rimanere in quel sotterraneo per anni senza che il mondo di fuori se ne accorgesse. Adesso, tutti gli sforzi fatti per fuggire agli inglesi sembravano inutili; se almeno si fosse arreso con gli altri, il nemico avrebbe rispettato il suo grado e lo avrebbe tenuto in vita. E invece la fortuna lo aveva abbandonato e lui stava diventando ogni giorno più debole. La ferita da pallottola alla caviglia gli aveva fatto gonfiare le ghiandole della coscia e la cancrena non avrebbe tardato a formarsi. Durante le lunghe e monotone ore nella cella soffocante, la mente del prigioniero ritornava agli anni precedenti la guerra, che avevano già l’inconsistenza dei sogni. I ricevimenti e i balli a Roma e a Torino, a Budapest e a Berlino si fondevano l’un l’altro in un ricordo confuso di sete rilucenti e di distinte divise. Gli lampeggiavano nella mente, quasi a volerlo beffeggiare, facce di amici quasi sfumate nei ricordi, che parlavano a voce alta e ridevano : ufficiali dell’esercito di buona famiglia come lui, donne dell’alta società e alcune tra le nuove stelle del cinema italiano. In quelle occasioni era stato festeggiato come uno dei campioni dello sport italiano, la grande speranza della squadra di equitazione alle Olimpiadi di Berlino del 1936. La mente febbricitante del prigioniero ricominciò a vagare e si sentì frastornato e disgustato come lo era stato una volta a Budapest, portato in trionfo tra fiumi di champagne e acclamato come il “conquistatore dell’Abissinia”. Poi tutt’a un tratto era in piedi davanti alla piccola figura del re d’Italia, in uno dei ricevimenti reali per giovani eletti a Villa Savoia, a Roma. Vittorio Emanuele III, lo conosceva fin dall’infanzia. Il momento successivo era a Tripoli dove passeggiava nei profumati giardini del Castello al braccio di Italo Balbo, governatore della Libia, preoccupato che la nuova alleanza del duce con la Germania nazista li avrebbe portati tutti alla rovina...
Quando pensava, come accadeva di frequente, alle due donne che lo amavano, si risvegliavano in lui emozioni più forti. Pensava a Kadija con un misto di colpa e di desiderio. Chiuse gli occhi e la rivide, insicura all’entrata della sua tenda, con la lampada a petrolio che metteva in risalto le sue forme e faceva apparire ombre nero pece tra le pieghe dello sciamma bianco che le avvolgeva la testa e le spalle contro il freddo della notte. Quel giorno aveva seppellito molti uomini, compresi alcuni di quelli che gli erano più vicini. Con gli occhi arrossati aveva guardato Kadija avvicinarsi al suo letto e, senza dire nulla, togliergli gli stivali che usava per cavalcare. In quel momento di tenerezza, in cui la felicità e la vita stessa sembrano così fugaci, l’aveva presa tra le braccia. Kadija diceva che era il suo capo, e in quei giorni era stato davvero un onnipotente comandante, uno dei più incoraggianti ufficiali del duca d’Aosta, viceré dell’Africa Orientale Italiana. Dopo che gli inglesi avevano sconfitto gli italiani distruggendo l’impero africano del duce, tuttavia, non aveva avuto più nulla da offrirle, eppure lei era rimasta al suo fianco. Era diventato un semplice shifta, un bandito che continuava inspiegabilmente a combattere con un manipolo di ascari quando il resto dell’esercito italiano si era già arreso. Kadija non si allontanava mai dal suo fianco, sparando ai camion inglesi, che si arrampicavano dondolando sulle strade montuose dell’Eritrea, con la sua vecchia carabina austroungarica. “Ay zosh! Ay zosh! Su! Su!” urlava in tigrino mentre il gruppo lacero si avvicinava per saccheggiare e uccidere. Stesa al suo fianco sopra il tappetino di paglia del loro tucul, gli aveva assicurato che combattendo con gli uomini portava loro fortuna. Lui l’aveva guardata addormentarsi, coprendole le spalle nude con una vecchia coperta e poi baciandole le ingarbugliate trecce nelle quali raccoglieva i capelli. Nel buio della cella gli occhi del prigioniero si riempirono di lacrime. Provava a convincersi che aveva sempre cercato di essere sincero: Kadija sapeva fin dall’inizio che un giorno si sarebbero separati e che c’era qualcun altro a casa ad aspettarlo, una donna che lui amava e alla quale aveva chiesto di diventare sua moglie. Lei abbassava la testa e diceva che capiva, ma in cuor suo continuava a sperare che non sarebbe mai partito. Il prigioniero ignorava quali sentimenti provasse ora Beatrice Gandolfo nei suoi confronti, non sapeva se stesse ancora aspettando il suo ritorno, se avesse trovato qualcun altro o se si fosse addirittura sposata.Il suo nome non era tra quelli dei caduti in battaglia, e non compariva nemmeno nelle liste degli ufficiali italiani rinchiusi nei campi di prigionia in India, Kenya e Sud Africa, che gli inglesi consegnavano alla Croce rossa. Era semplicemente “disperso” , nel vuoto creato dal crollo dell’Africa Orientale Italiana. Si ripeteva che qualsiasi cosa Beatrice, Bice come la chiamava lui, avesse deciso, non l’avrebbe biasimata. Non avrebbe potuto: si conoscevano da tutta la vita e il legame tra di loro, che erano cugini, oltre che innamorati, era troppo stretto per poter essere spezzato. Quando era ospite dei Gandolfo a Napoli o quando andavano insieme a fare il bagno nella loro residenza estiva di Vietri, le sorelle maggiori di Bice avevano sempre avuto per Amedeo molte più attenzioni di quante ne avesse avute lei. Erano loro a voler conoscere l’ultimo scandaloso pettegolezzo su Edda Ciano, la figlia dai capelli biondo platino del duce, o che abiti portassero le principesse reali o ancora se uscisse davvero con la stella del cinema Elsa Merlini, come scrivevano i giornali. Ancora adolescente, Bice lo osservava assorta con i suoi occhi castano scuro, sorrideva leggermente ma non diceva quasi nulla. Si ricordò il giorno in cui capì che si stava innamorando della sua giovane cugina, mentre navigavano lungo la Costiera amalfitana a bordo di una piccola barca, e inizialmente il pensiero lo aveva spaventato. Bice aveva nuotato fino alla parete rocciosa a strapiombo della costa e si era arrampicata sopra un’alta sporgenza, ignorando i suoi avvertimenti. Lo aveva guardato, giù nella barca, aveva sorriso e poi si era tuffata in mare. I lunghi capelli biondo rossicci, fluttuavano sott’acqua verso di lui. Se il destino fosse stato diverso avrebbero avuto una vita in comune e dei figli, e sarebbero invecchiati insieme. Ciò che più rattristava Amedeo era il pensiero che Bice non avrebbe mai saputo cosa gli era successo. Sarebbe morto qui, seppellito e presto dimenticato come il pazzo Ahmed Abdullah al Redai, senza lasciare alcuna traccia nel mondo dell’uomo che era stato. 
Il giovane e animoso Tenente Amedeo Guillet nasce a Piacenza nel 1909. Di nobile stirpe piemontese-campana, suo nonno, ufficiale sabaudo arrivato al Sud per fare l’Unità, aveva infatti sposato la figlia di un cittadino illustre di Capua. Ufficiale di cavalleria del Regio Esercito, fu campione di equitazione - superò le selezioni per la squadra nazionale che gareggiò alle Olimpiadi di Berlino -oltre che soldato coraggioso. Veterano della conquista dell’Etiopia nel 1936 e del conflitto civile spagnolo, allo scoppio della Seconda guerra mondiale si trovava in Africa Orientale Italiana, dove il viceré, il Duca d’Aosta, gli aveva affidato il comando del Gruppo Bande Amhara a cavallo, un reparto indigeno formato da eritrei, etiopi e yemeniti a lui fedelissimi. L’azione di Amedeo lasciò il segno: nella battaglia di Cherù lanciò una travolgente carica che per poco non gli permise di catturare il quartier generale della Gazelle Force, l’avanguardia nemica. Fu un’azione memorabile, che ritardò di un giorno l’avanzata inglese permettendo alle nostre forze di riorganizzarsi, e fece di lui una figura leggendaria. Tagliato fuori dalla madrepatria, mal equipaggiato e privo di rinforzi, l’esercito italiano combatté con coraggio disperato contro gli inglesi invasori: nel decisivo scontro di Cheren i generali Carnimeo e Lorenzini furono sopraffatti dopo due mesi di resistenza accanita. Guillet, però, non si arrese. Conosciuto dai suoi uomini come cummandar-as-sheitan, il “comandante diavolo”, in sella al suo splendido cavallo Sandor intraprese una vera e propria guerra privata contro gli inglesi. Lo accompagnava la bellissima Kadija, la giovane figlia di un capovillaggio etiope che, innamoratasi di lui, decise di condividere i pericoli e l e paure di una vita impossibile. Neppure quando il Gruppo Bande cessò la sua guerra Amedeo considerò l’ipotesi di cedere le armi. Abbandonata la divisa, trasformatosi nello yemenita Ahmed Abdullah al Redai, sopravvisse facendo l’acquaiolo e riuscì dopo mille peripezie a raggiungere lo Yemen, dove dopo un breve periodo di carcerazione, si improvvisò maniscalco e veterinario per poi diventare apprezzato consigliere dell’Imam regnante. Di lì nel settembre 1943 riuscì a raggiungere l’Italia da clandestino per battersi contro i tedeschi nell’ultimo anno e mezzo di guerra. La nobildonna napoletana Beatrice Gandolfo alla fine del conflitto sarebbe diventata la compagna della sua vita. Fedele al giuramento che lo legava al re, abbandonò la divisa dopo il referendum del 2 giugno e intraprese la carriera diplomatica che lo portò in diversi paesi arabi tra cui, in qualità di ambasciatore, la Giordania, il Marocco e l’India. Ritiratosi nel 1975 in Irlanda, ha continuato a dedicarsi ai cavalli, alla musica e alla pittura.
Tuttora i giornali d’oltremanica dedicano ammirati articoli ad Amedeo Guillet, un italiano che smentisce il luogo comune - ben diffuso tra i Britannici - secondo il quale gli Italiani sarebbero “useless in combat’, inetti in battaglia.
Una delle virtù di Amedeo Guillet fu la capacità dell’amministratore, dell’ufficiale coloniale, di riconoscere l’onore dell’indigeno, cioè la sua identità e dignità. Cosa difficile nella situazione coloniale che era situazione di ineguaglianza di diritti. Del resto, una delle ragioni del fallimento della colonizzazione - celebrata come the white man burden – come il fardello  civilizzatore che l’uomo bianco si era accollato assumendo la responsabilità delle colonie, è appunto stata l’incapacità nel riconoscere l’onore dell’altro. Quello che  militari come Guillet  avevano era un senso così alto dell’onore di sé, della nazione che rappresentavano, da saper istintivamente riconoscere l’onore altrui. La storia di Guillet rimane soprattutto un esempio di coraggio, correttezza e fedeltà ai propri principi, quale non è dato spesso trovare nella nostra storia recente. Guillet fu soldato come un Don Chisciotte più realista e fortunato. Credeva in una missione civilizzatrice dell’Italia da compiere nel rispetto delle tradizioni altrui. Sui gagliardetti del suo Gruppo Bande, costituito attingendo a svariate etnie, non mise i simboli del fascismo ma, insieme, la croce cristiana e la mezzaluna islamica, oltre al suo motto, “Semper Ulterius”, allo stemma sabaudo e a quattro code di cavallo. Gli eritrei non lo ricordano come un invasore ma come un eroe delle loro lotte per l’indipendenza, anzi per essi egli rappresenta il primo eroe dell’indipendenza eritrea, al punto che lo stesso presidente lo ha ospitato con onori degni di un Capo di Stato.


“Il 19 gennaio, la IV e la V Divisioni Indiane attraversarono il confine a nord del Nilo Azzurro e incontrarono scarsa resistenza, anche se a un certo punto vennero caricate da un Ufficiale italiano su un cavallo bianco, alla testa di una banda di cavalieri Amhara lanciata alla disperata contro le loro mitragliatrici.” 
(John Keegan, La Seconda Guerra Mondiale).

“A Brindisi, incontrò a una mensa alleata due degli ufficiali britannici che gli avevano dato la caccia in Eritrea. “Che fortuna non avervi incontrato allora!” dissero cavallerescamente alzando il bicchiere alla sua salute. “Che fortuna per voi, forse. Che disgrazia per me, di certo!” rispose con amarezza il Tenente Colonnello Guillet.” 
(Indro Montanelli, Gli incontri).

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