venerdì 19 ottobre 2012

La rivolta dei Boxer

            
                                                                       di Domenico Latino

C’era una volta, in un paese lontano, una bellissima città. Aveva ricchi palazzi, splendidi templi, coloratissimi archi di trionfo, magnifici giardini e migliaia di armoniose case grigie, ognuna costruita attorno a un tranquillo cortile, tutte allineate lungo lo schema regolare di strade e vicoli come su una scacchiera. Tutt’attorno, per ventisei chilometri, aveva alte mura, imponenti. Le mura avevano magnifiche porte, a guardia delle quali stavano dei leoni di pietra. Era una città sacra, costruita sul bordo di un deserto, secondo un progetto che era venuto direttamente dal cielo. La città aveva un magico incantesimo. Possedeva un fascino cui era impossibile sfuggire. “Pechino è l’ultimo rifugio dello sconosciuto e del meraviglioso che esista al mondo”, scriveva Pierre Loti nel 1900. Fra il 1900 e il 1901 si svolse una serie di poco note operazioni militari, che videro anche i militari italiani impegnati in Cina per contrastare una pericolosa rivolta xenofoba locale. Per comprendere come possa essere maturato all’interno della Cina un movimento di così vasta portata, occorre un ripensamento storico sulle vicende e sulla mentalità del popolo cinese. La Cina era da tempo assai chiusa nei confronti degli stranieri, a causa di una precisa scelta di isolamento della dinastia Manciù, sul trono dal 1644. Il cinese stesso, forte della millenaria antichità della sua civiltà, nota in tutto il mondo per la saggezza di cui era portatrice, poteva provare soltanto diffidenza nei confronti di uomini di una qualsiasi altra nazione. I primi europei che tentarono l’avventura commerciale nel paese, pertanto, venivano accolti come esseri inferiori, e come tali privi di certi diritti, quali per esempio il potere montare un cavallo. Per un astuto mercante, tuttavia, non era difficile adeguarsi alla mentalità corrente e sfruttarla a proprio vantaggio, assecondando coloro che sarebbero potuti diventare fonte di guadagno: il presidente della Compagnia delle Indie, John Russel, scrivendo all’imperatore non aveva alcuna remora a definirsi “un minuscolo granello di sabbia”. Ad aumentare l’odio verso gli stranieri fu l’indiscriminato commercio dell’oppio. Già il vicerè Lui Tse-hsu scriveva alla regina Vittoria queste dure parole: «Se voi inglesi ammettete che la droga è tanto deleteria, come potete poi pensare di mettere d’accordo con i decreti del cielo i guadagni che fate esponendo gli altri al suo potere malefico?». Nel 1840 un carico di oppio proveniente dalla Gran Bretagna venne distrutto in segno di protesta, e per tutta risposta gli inglesi cannoneggiarono Nanchino e occuparono militarmente Hong-Kong. Negli anni a seguire, non mancarono ulteriori occasioni per drammatiche prove di forza ed attacchi militari da parte degli europei: nel 1856 la rivolta dei musulmani determinò ancora una volta l’intervento anglo-francese, che si risolse nel saccheggio del palazzo d’Estate a Pechino. Un nuovo trattato istituì, nelle principali città, dei quartieri europei facenti capo alle varie ambasciate, che sulla scorta dei Regolamenti territoriali del 1869 presero ad imporre tasse e ad assumere direttamente il controllo dei servizi sanitari e delle forze dell’ordine, guadagnando la più completa autonomia dal governo cinese. Già prima del 1880, a Shangai il quartiere internazionale si era trasformato in una piccola città-stato indipendente dalla Cina, in grado di istituire persino tribunali propri. L’occasione per un tentativo di effettiva spartizione colonialistica della Cina, però, fu data agli europei allorquando il primo ministro cinese si rivolse a loro per ottenere aiuto contro i giapponesi, i quali dal 1894 avevano inviato soldati a Seul ufficialmente con il pretesto di proteggere la loro ambasciata, ma con la precisa intenzione – subito attuata – di occupare la città. Il 1° agosto era stata perciò dichiarata la guerra, e i cinesi, ben presto sconfitti, avevano dovuto cedere al Giappone Formosa, la Corea e la penisola del Liao-Tung. Proprio nel tentativo di ridurre le ingerenze e le pretese giapponesi, la Cina aveva fatto appello ai russi, ai francesi e ai tedeschi affinché facessero pressioni diplomatiche su Tokio. Il fatto poi che, in cambio di questo interessamento, fosse stato permesso allo zar di prolungare la Transiberiana sino a Port Arthur, rinvigorì le mire espansionistiche delle altre potenze, che cominciarono a reclamare la loro parte, spesso con l’intervento dell’esercito: la Francia riuscì così a strappare l’influenza su alcune zone sud-occidentali; la Germania ebbe la cessione delle baie di Kiao-Chow e Tsing-Tao, strappate con la forza in seguito all’uccisione di due missionari tedeschi, ed ebbero il diritto di sfruttamento delle miniere dello Shantung (la regione -si badi- in cui fecero la loro prima comparsa i boxers); gli inglesi ottennero in affitto per venticinque anni il porto di Wei-bai, antistante a Port Arthur. Unici esclusi furono l’Italia – l’unico paese di fronte alle cui richieste di concessione della baia di San-men la corte imperiale aveva avuto il coraggio di opporre un fermo e sprezzante rifiuto – e gli Stati Uniti, che però favorirono egualmente del regime “della porta aperta”. Complessivamente, tredici delle diciotto province della Cina erano gravate da pesanti diritti di occupazione.
Questa forte ingerenza determinò l’introduzione nel paese di alcuni progressi tecnici forieri di conseguenze per l’economia e la cultura cinese: basti ricordare che la ferrovia che collegava Pechino a Tientsin, una volta messa in funzione, mandò sul lastrico gli esercenti dei tradizionali mezzi di trasporto (carretti e traghetti), mentre le estrazioni minerarie davano l’impressione di uno sventramento sacrilego della terra. Tutto ciò si aggiungeva drammaticamente a un quadro economico già poco felice, che vedeva i cinesi reduci da due raccolti mancati (con il conseguente aumento dei prezzi e la denutrizione della popolazione più povera), nonché da un’ondata devastatrice di cavallette e da uno straripamento del Fiume Giallo. E la colpa di ciò veniva comunemente attribuita alle diavolerie tecnologiche degli europei. Diveniva facile in queste condizioni, per il ceto dirigente conservatore dei mandarini, a quell’epoca già in fase di piena decadenza, fare confluire il rancore della popolazione verso gli stranieri e verso quel nuovo ceto di commercianti che si andava arricchendo in margine ai traffici degli europei. Ancora più atavica, però, era la questione religiosa. L’opera di penetrazione cattolica in Cina era incominciata agli albori del Seicento, per iniziativa soprattutto dei gesuiti, la cui figura più rappresentativa fu quella di padre Matteo Ricci, un versatile teologo che aveva intuito che la strada da seguire non era affatto quella di proporre una rapida e radicale conversione – i cinesi erano assai suscettibili in materia – ma che occorreva invece sovrapporre il cattolicesimo alla millenaria cultura orientale, lentamente e con molta pazienza, attraverso la non facile via della diplomazia. Così, il culto degli antenati e la dottrina confuciana vennero dichiarati compatibili con il cristianesimo, e fu concesso altresì di designare Dio con i nomi delle diverse divinità locali. Inoltre, p. Ricci operò attivamente per ingraziarsi la corte, accettando di buon grado dall’imperatore incarichi culturali ufficiali, soprattutto nell’ambito degli studi di scienze matematiche e astronomiche, nelle quali i gesuiti eccellevano. Fatto sta, comunque, che a metà Seicento v’erano già in Cina almeno 30.000 cristiani, saliti a 200.000 intorno al 1900. Ben presto, la presenza dei religiosi era divenuta un ulteriore motivo di ostilità da parte della popolazione locale. Agli albori del Settecento, infatti, altri ordini religiosi si erano affiancati ai gesuiti: francescani, domenicani e lazzariti, già ben noti per la loro intransigenza dogmatica. Nell’erronea convinzione di accelerare il processo di conversione, gli esponenti di questi ordini – dietro impulso anche del papa Benedetto XIV – accesero ben presto infuocate dispute teologiche, per dimostrare che vi è un solo termine per designare Dio e che Confucio non ha nulla a che spartire con il cristianesimo. L’imperatore, a questo punto, non poteva più accettare un tale affronto alle tradizioni locali e alla sua autorità: avvenne così che i gesuiti furono espulsi dal paese più volte nel corso del secolo XVIII, sino a quando nel 1874 il cristianesimo venne abolito in tutta la Cina. L’odio della popolazione nei confronti dei missionari bianchi andava aumentando sempre più, per il potere che essi erano riusciti a ritagliarsi a corte e per il prestigio e l’autorevolezza di cui godevano presso i governi locali, ma anche in quanto causa diretta del distacco dei cinesi convertiti dalle comunità di appartenenza. A quel tempo le società segrete erano in Cina estremamente diffuse. D’altra parte, associarsi era per il cinese uno dei modi più efficaci per difendersi dalle vessazioni delle autorità e dei notabili locali: esistevano associazioni di commercianti come di contadini, di artigiani come di ladri; ed esistevano anche società di pugilatori che praticavano l’arte del combattimento non soltanto per la difesa personale, ma anche ai fini dell’addestramento militare e come filosofia di vita. Una delle sette più forti e note era verso la fine dell’Ottocento quella degli I H’o t’uan (letteralmente «dei Pugni giusti ed armoniosi»), che aveva uno spiccato carattere politico-religioso, e i cui appartenenti venivano comunemente chiamati dagli inglesi boxers, per il loro estroso modo di praticare le arti marziali, che faceva ricordare agli europei le movenze dei cultori della “nobile arte”. Politicamente, questi individui odiavano la regnante dinastia Manciù altrettanto quanto detestavano i “diavoli europei”, dei quali si proponevano lo sterminio; e non erano esenti dalla loro ostilità neppure i cinesi convertiti – ai quali guardavano con il rancore che si prova nei confronti dei traditori della patria – e coloro che, in una qualunque maniera, collaboravano con gli europei. I boxers mettevano in opera un oscuro rituale, consistente in una formula magica sussurrata in stato di trance, accompagnata da convulsioni e da schiuma alla bocca, attraverso la quale gli adepti ritenevano di mettersi sotto la protezione di spiriti magici, eroi e semidei, che garantivano loro l’invulnerabilità ai colpi di qualsiasi arma, anche da fuoco, e li rendevano immuni dall’annegamento. Per la folla che assisteva allo spettacolo offerto in occasione di pubbliche dimostrazioni, era più facile pensare che la loro straordinaria abilità derivasse da pratiche magiche anziché – come è più probabile – da lunghi e faticosi allenamenti. Il boxer era convinto di essere in grado di chiamare dentro di sé una divinità che lo rendeva in grado di comandare ai venti e alle piogge, di provocare incendi, di resistere ai colpi dei fucili (o di farli inceppare) e di far allentare gli ingranaggi e le viti dei cannoni nemici.
I boxers si distinguevano per l’abitudine di portare una fascia rossa alla vita, un fazzoletto alla testa, polsi e caviglie fasciati sempre del medesimo colore rosso, simbolo di potenza e di invulnerabilità A tale setta venivano ammesse anche le donne, divise nei gruppi delle Lanterne Rosse (le ragazze di età compresa fra i 12 e i 18 anni) e delle Lanterne Blu e Verdi (che comprendevano le donne più mature); alla loro guida era la Madre Sacra del Loto Giallo, una santona ritenuta onnipotente e capace di qualsiasi diavoleria. Ciò che richiamava i giovani, che si univano entusiasticamente ai pugilatori, era però soprattutto la convinzione di potere dominare i fenomeni della natura e di garantirsi l’invulnerabilità. In tal senso, la pratica assidua delle arti marziali – con le particolari tecniche di respirazione e quel sottile senso di superiorità determinato dalla potenza combattiva – unita alla cieca fiducia negli amuleti, nelle formule esoteriche, nell’astinenza da taluni cibi, nelle capacità medianiche e in certi distillati di erbe, contribuiva a rafforzare la credibilità di queste superstizioni. Il mito della invulnerabilità, peraltro, fu comune a molte delle popolazioni meno progredite che in quel periodo si trovarono ad affrontare gli eserciti europei, giacché l’inferiorità tecnologica e militare doveva pur trovare compensazione nel soprannaturale se si voleva continuare a confidare nella possibilità di evitare la colonizzazione. E tale mito fu in quello scorcio di secolo così duro da scalfire che molti cinesi, pur di fronte a mucchi di cadaveri di boxers, erano certi che essi sarebbero misteriosamente tornati in vita nottetempo (mentre, in caso contrario, si sarebbe avuta la conferma che non erano boxers).
Il movimento si sviluppò soprattutto nella Cina del nord, dove l’invadenza dei commercianti e dei missionari europei era maggiormente sentita. I rapporti con le autorità furono dapprincipio improntati ad una reciproca diffidenza e ostilità; mentre poi, quando la corrente politica conservatrice e xenofoba capeggiata dell’imperatrice Tsu-hsi e dal principe Touan prevalse su quella riformista del principe Cing, il movimento dei boxers prese progressivamente ad accostarsi alla dinastia Manciù (che pure odiava). Tsu-hsi era una sanguinaria, capace delle peggiori efferatezze: dedita soltanto alla ricerca del potere personale, alla morte del marito prima aveva fatto morire di stenti il figlio (di cui era reggente), poi aveva fatto dichiarare pazzo e rinchiudere in manicomio il nipote, divenendo di fatto imperatrice. In questo contesto di lotta politica, in cui non si capiva neppure più che erano gli amici e chi i nemici, non è privo di significato il fatto che il generale Yuan-Shih-Kai, inviato al nord per sedare i facinorosi, venisse di punto in bianco richiamato indietro dal governo cinese, mentre al contempo alcuni governatori provinciali che stavano approntando severe misure di repressione contro i boxers fossero rimossi dall’incarico. Il motivo di questo avvicinamento deve forse essere individuato nel tentativo, da parte dell’imperatrice, di convogliare la violenza dei boxers verso gli stranieri; cosicché l’ostilità di questi ultimi nei confronti della corte non venne in effetti mai meno, ma si attenuò nell’attesa di sbarazzarsi degli stranieri per poi rivoltarsi successivamente contro la dinastia Manciù.
Le azioni dei boxers ai danni dei cinesi convertiti e dei missionari si facevano a poco a poco sempre più audaci e violente: intere strade ferrate e linee telegrafiche venivano distrutte, mentre le autorità appoggiavano il movimento più o meno sfacciatamente, e l’esercito regolare se ne stava alla finestra a guardare, indeciso sul da farsi ma – almeno spiritualmente – dalla parte dei rivoluzionari. «Quello che nessun europeo aveva previsto – avrebbe scritto Sir Claude MacDonald – era che il governo cinese sarebbe stato talmente influenzato dalle presunte forze soprannaturali dei boxers da credere che essi avrebbero potuto sfidare il resto del mondo senza correre alcun pericolo».
Il 17 giugno 1900 l’esercito regolare cinese permise ai boxers di entrare in Pechino – da cui essi erano stati sino a quel momento interdetti per motivi di ordine pubblico -, rendendo così pienamente manifesto l’appoggio della corte imperiale al movimento xenofobo. La sera del 19 l’imperatrice inviò un legato a comunicare che gli stranieri avrebbero dovuto traslocare tutti a Tientsin entro le ore 16 del giorno seguente, per non ben precisati motivi di sicurezza. Si trattava di un ultimatum inaccettabile, considerato che l’esercito imperiale che avrebbe dovuto fornire la protezione necessaria al trasferimento era già passato ai rivoltosi, e che proprio a Tientsin l’esercito stesso aveva assalito la colonia francese con l’ordine di uccidere tutti i bianchi. I rappresentanti delle potenze- mondiali in Cina avevano però già da tempo avuto chiari segnali dell’imminente tragedia: il 31 dicembre precedente, di fronte all’assassinio del reverendo Brooks, l’imperatrice aveva assicurato che i responsabili sarebbero stati puniti, ma già il giorno successivo circolavano per Pechino manifesti inneggianti alla insurrezione; nella cittadina di Pas-Tui, inoltre, erano stati uccisi ottocento cinesi cristiani. Gli ambasciatori avevano perciò colpevolmente sottovalutato lo stato di fatto: una fatale miscela di ottimismo sfrenato, di fiducia nella autorità dei propri governi presso la corte imperiale e di affidamento nella mansuetudine degli orientali, impediva ai ministri di rendersi conto della gravità della situazione, difficile da percepire anche a causa della rigorosa separazione della comunità europea da quella cinese. Più di tanti eccidi, fu invece l’incendio della tribuna d’onore all’ippodromo a fare loro aprire gli occhi: alle navi da guerra che si trovavano in quella zona (tra le quali vi erano due navi italiane, l’Elba e la Calabria), era stato perciò dato troppo tardi l’ordine di riunirsi nella baia di Taku, di fronte a Tientsin, a disposizione delle rispettive ambasciate. Dalle navi era stato sbarcato un contingente d’emergenza formato da 426 marinai di diverse nazionalità, e posto a difesa del quartiere delle legazioni a Pechino. Tale quartiere comprendeva al suo interno le legazioni dei vari paesi (per lo più ravvicinate tra loro – eccezion fatta per quella austriaca e quella italiana – a formare una sorta di quadrilatero irregolare), edifici pubblici cinesi (tra i quali la sede delle Dogane), palazzi della nobiltà locale, negozi e attività commerciali, fra le quali un albergo e la banca; il lato sud era chiuso dalla muraglia della città tartara.
In seguito alle pressanti richieste di aiuto da parte dei diplomatici, il 10 giugno era partita da Tientsin, dove si trovava la squadra navale, una colonna di duemila fucilieri di marina di diverse nazionalità – comprendente pure quarantadue italiani sbarcati dalla R. Nave Calabria (cinque dei quali non fecero più ritorno in patria) – al comando dell’Ammiraglio inglese Sir Edward Seymour. Pechino distava circa 130 km, e Seymour decise di servirsi di un convoglio ferroviario: e pensò male, perché le truppe regolari cinesi (oramai alleate dei boxers) avevano fatto saltare diversi tratti di strada ferrata, bloccando la colonna e costringendo alfine l’Ammiraglio a tentare un rientro fortunoso a Tientsin, via fiume con l’aiuto di giunche, dopo sette giorni occupati a contrastare gli attacchi guerriglieri provenienti dalla campagna. Seymour e il suo stato maggiore avevano dato l’operazione per già fatta e conclusa, tanto avevano sottovalutato il nemico, nella convinzione – come ebbe a scrivere lo Spectator – «che qualsiasi forza europea, comunque piccola, possa battere qualsiasi forza cinese comunque grande». La sera dell’11, i carri mandati alla stazione della capitale ad accogliere i soldati della colonna che avrebbe dovuto liberare il quartiere delle legazioni, erano tornati vuoti. Se l’Ammiraglio avesse proseguito a piedi, forse sarebbe giunto a Pechino in soli due giorni. Le uniche notizie che a Pechino si ebbero di lui, invece, furono alcuni suoi ottimistici biglietti, che gli guadagnarono il soprannome di See-no-more («Non- lo-vedi-più»).
La conferma che le voci di una rivolta imminente erano fondate era giunta il 13 giugno, quando la capitale era stata messa a fuoco da un gruppo di facinorosi, e centinaia di cinesi convertiti, donne e bambini erano stati fatti a pezzi e mutilati. Due giorni prima, il cancelliere della Legazione giapponese Sugiyama era stato linciato per la strada, e il suo cuore estirpato era stato inviato in dono a un generale cinese. Proprio per questo, poiché oramai erano già chiare le intenzioni della corte, al ricevimento dell’ultimatum l’ambasciatore tedesco barone Von Ketteler, ben conosciuto per la sua intolleranza e per i modi violenti, ritenne di recarsi a corte per esigere spiegazioni, e costringere finalmente l’imperatrice a mettere le carte in tavola: durante il tragitto, fu però assassinato sulla sua portantina, e gli vennero strappati gli occhi. Mentre i soldati tedeschi per rappresaglia devastavano il palazzo ove risiedeva l’ufficio affari esteri del governo cinese, gli altri ambasciatori capivano che oramai non v’era più alcuna speranza di contare sulla diplomazia e sull’autorevolezza delle potenze da loro rappresentate. Alle ore 16 del 20 giugno i cinesi, come promesso, attaccarono le legazioni scontrandosi col reparto multinazionale già apprestato a difesa. L’indomani la Cina dichiarava guerra a tutte le nazioni rappresentate nel quartiere delle legazioni: Gran Bretagna, Germania, Spagna, Belgio, Russia, Austria, Francia, Italia, Olanda, Giappone e Stati Uniti. Si trattò indubbiamente di un gesto inconsulto, dovuto allo stato di confusionale incoscienza di cui erano preda le massime autorità cinesi a cominciare dalla sclerotica imperatrice Tsu-Shi. Nel quartiere delle legazioni si erano in precedenza rifugiati i bianchi residenti a Pechino e molti cinesi convertiti, complessivamente tremila persone. L’ambasciatore inglese Sir Claude Mac Donald si occupava del coordinamento politico-diplomatico, mentre l’austriaco von Thomann, comandante della Nave Zenta, in qualità di ufficiale più alto in grado si era posto al comando del contingente multinazionale. La resistenza all’assedio non presentava, apparentemente, troppe difficoltà: il cibo era garantito dallo stabilimento di un fornito albergatore svizzero e dai cavalli presenti in grande quantità, diversi pozzi scavati nei giardini fornivano l’acqua, e, per i bambini e gli ammalati, una mucca provvedeva quotidianamente al latte. Difettavano invece i medicinali e le munizioni, soprattutto agli italiani e ai giapponesi che disponevano di un centinaio di colpi per fucile (peraltro l’utilizzo di armi diverse per ogni nazionalità non permetteva neppure di costituire una riserva comune); il pezzo più grosso a disposizione era un cannoncino italiano da 37 mm. Per le strade, intanto, divampava la violenza: l’imperatrice era giunta perfino ad offrire cinquanta, quaranta e trenta taels per ogni testa di bianco, a seconda se uomo donna o bambino; mentre la testa mozzata del professor James faceva già bella mostra di sé in una gabbietta collocata sull’architrave della porta Tuanh-Ugan. Poco prima dell’assalto alle legazioni era stata attaccata pure la cattedrale cattolica del quartiere di Peitang, dove si erano rifugiate 3500 persone (bambini in altissima percentuale), difese da un gruppo di soli dieci marinai italiani al comando del S. Ten. di Vascello Angelo Olivieri, e di trentatrè francesi comandati dal S. Ten. di Vascello Henry. All’interno del quartiere assediato si trovavano, oltre alla cattedrale, anche la casa del vescovo Favier, un orfanotrofio, un convento, un ambulatorio, diverse scuole e attività commerciali. Il 25 giugno il governo cinese dichiarò cessate le ostilità, ma gli ambasciatori non si fidarono, e a ragion veduta fecero raddoppiare la guardia; durante la notte i cinesi attaccarono in massa da tre lati, senza però riuscire nel loro intento. Anche per le navi ancorate nella baia di Taku non tirava buon vento: erano rimaste con poco personale – il minimo indispensabile per effettuare le manovre di bordo – ed erano tenute sotto tiro da una fila di quattro muniti forti cinesi posti all’imboccatura del fiume. Senza contare che i comandanti si trovavano nella infelice posizione di dovere prendere delicate decisioni, anche di natura politica, nella impossibilità di ricevere ordini dai rispettivi governi: la notte fra il 16 e il 17, con nove piccole navi – le sole che potessero inoltrarsi nella secca del porto – gli europei riuscirono ad impossessarsi dei forti, garantendosi, con il controllo di Taku, la possibilità di rifornire la colonna Seymour e, di conseguenza, di portare soccorso alle legazioni a Pechino. A Tientsin, con la consueta quanto inspiegabile lentezza, si procedeva alla formazione una nuova colonna al comando del generale inglese Alfred Gasalee, per liberare il quartiere delle legazioni: essa era composta da circa 17.000 uomini tra francesi, inglesi, americani, russi, tedeschi, giapponesi, austriaci e italiani (35 uomini, questi ultimi, al comando del S. Ten. Vascello Giuseppe Siriani). La marcia verso Pechino – che si sperava non avrebbe avuto medesima sorte della colonna Seymour – dopo alcuni tentennamenti fu intrapresa il 4 agosto. Gli assediati nella capitale, intanto, se la stavano vedendo male. I boxers infatti, coordinati da ufficiali dell’esercito regolare, avevano iniziato ad adottare tattiche meno confuse; il governo cinese li stipendiava come normali soldati e li aveva equipaggiati con antiquati cannoncini e alcuni Krupp, che per fortuna il comandante in capo, Gen. Jung-Lu, non permise – almeno in un primo momento – di usare, al fine di evitare una inutile strage. E, ad onore del vero, non erano veramente pochi neppure i governatori provinciali e i comandanti militari che si rifiutarono di obbedire agli ordini della vecchia Tsu-Hsi. Quest’ultima peraltro, per cercare di confondere gli ambasciatori e l’opinione pubblica internazionale, aveva anche stipulato una tregua e fatto giungere alle legazioni carretti carichi di cibo e di frutta fresca, come dono personale, in segno di (falsa) amicizia e per alleviare i disagi della guerra: un comportamento molto ambiguo, che mirava soltanto a confondere le acque al tavolo delle trattative di pace che si sarebbe necessariamente aperto di lì a poco tempo, e dove il governo cinese avrebbe poi sempre proclamato la propria completa estraneità al movimento xenofobo. La resistenza degli europei all’interno del quartiere vide alcuni momenti particolarmente drammatici. Uno fu quando il comandante militare von Thomann, nel timore di essere preso da più lati, abbandonò la legazione austriaca, causando anche l’involontaria ritirata degli italiani, che si trovavano a quel punto a rischiare l’accerchiamento. L’ambasciatore Mac Donald lo rilevò dal comando, incaricandosene egli stesso, e l’austriaco, per cancellare l’onta subita, chiese e ottenne di potere combattere negli avamposti, dove rimase ucciso qualche giorno prima della liberazione. Gli italiani, al comando del S. Ten. Vascello Federico Paolini, svolsero dapprima servizio di pattugliamento in difesa della nostra ambasciata; poi, quando questa cadde nelle mani dei rivoltosi, furono assegnati al colonnello giapponese Shiba per occuparsi, assieme ai suoi uomini, della difesa del settore settentrionale. Con il passare – lento ed inesorabile – dei giorni, gli assediati al quartiere delle legazioni stavano finendo il cibo, ed avevano oramai perduto ogni speranza di salvezza, giacché le linee telegrafiche erano state interrotte e, benché un soldato fosse riuscito ad uscire da Pechino, nessuno poteva sapere che era poi giunto sino a Tientsin per richiedere un sollecito intervento. Per di più i rivoltosi, messe le mani sui Krupp, avevano preso a sparare indiscriminatamente. Gli uomini di Olivieri e di Henry, asseragliati nella cattedrale, resistevano appena, minacciati per di più da un nuovo tranello che i cinesi andavano preparando loro: una serie di gallerie minate proprio al di sotto delle fondamenta dell’edificio, che con le varie esplosioni provocarono oltre 150 morti, e che avrebbero completamente distrutto i palazzi in cui stavano gli europei se i francesi e i giapponesi della colonna Gasalee – come vedremo tra poco – non fossero giunti in tempo. Nonostante alcune rapide battaglie, combattute con successo nelle città di Peitsang (5 agosto), Yangtsun (il 6) e Tungciad (il 12), la marcia dei soccorritori procedette a rilento, per la difficoltà d’impiego dei pochi cavalli e ponies di cui disponevano gli europei, e per le controversie che continuamente sorgevano fra gli ufficiali delle massime potenze: il generale Frey, comandante dei francesi, ebbe a scrivere che si trattò di una campagna improvvisata, combattuta da un esercito che parlava lingue diverse ed era composto piuttosto da bande che da reparti militarmente organizzati. Nel corso della marcia, una volta esaurite le forze e i mezzi, i contingenti francese, tedesco, austriaco e italiano dovettero fermarsi e rientrare a Tientsin, per poi rimettersi nuovamente in cammino sotto il comando del gen. Frey ad inseguire penosamente, a tappe forzate, il grosso della spedizione.
Il 14 agosto la colonna Gasalee – con in testa i cosacchi del generale Wassilewsky e i feroci sikh britannici impegnati nel tentativo di battersi reciprocamente sul tempo, e inseguita a ruota dal contingente del gen. Frey – entrò finalmente in Pechino. E avvenne allora lo scontro decisivo, nel quale tanto gli alleati quanto i boxers giocarono il tutto per tutto: e persino i diplomatici, compresa la gravità del frangente, si gettarono nella mischia con le poche armi rimaste. I rivoltosi dopo qualche ora furono sopraffatti, e gli indiani del reggimento britannico liberarono il quartiere. Gli uomini asserragliati nella cattedrale furono liberati soltanto il 16 agosto. Erano stretti d’assedio dal 15 giugno, e su di loro erano stati sparati oltre 2500 proiettili: un’enormità, rispetto ai 3000 sparati contro le legazioni, che però si estendevano su un perimetro di molto superiore. Alla cattedrale i liberatori giunsero inspiegabilmente soltanto due giorni dopo, quando i bombardamenti stavano oramai cessando per ordine dell’imperatrice che, del tutto rimbambita, continuava a lamentarsi dell’assordante rumore degli spari. Poi la :vecchia si ritirò nella “stanza dei piaceri”, dove fu avvisata dagli eunuchi che i boxers erano in rotta. Tsu-hsi non perse. tempo e, fatti caricare gli scrigni in cui erano contenuti i suoi taels d’oro su un carro, e indossati abiti contadini, si fece condurre fuori del palazzo, per tentare la fuga assieme all’imperatore legittimo: a Pechino sarebbe ritornata soltanto più tardi. Tre giorni dopo giunsero fortunosamente nella capitale anche tedeschi, austriaci e italiani. Il Corpo di spedizione inviato dall’Italia era comandato dal Colonnello Vincenzo Garioni, titolare del 24° Reggimento fanteria, e si componeva di:
  • un Battaglione di fanteria, comandato dal Ten. Col. f.(alp.) Tommaso Salsa, costituito da quattro     compagnie fornite da altrettanti Reggimenti (la 10a dell’8° Rgt. “Cuneo”, la 10a del 41° Rgt. “Modena”, la 6a del 43° Rgt “Forlì” e la 12a del 69° Rgt. “Ancona”);
  • un Battaglione Bersaglieri “Estremo Oriente”, comandato dal Magg. f.(b) Luigi Agliardi (un      ufficiale proveniente dal 5° Bersaglieri), composto da quattro compagnie, una fornita dai Reggimenti 5° e 9° (di stanza rispettivamente a Roma e a Livorno) che avevano pure approntato lo Stato Maggiore del Corpo, una dai Reggimenti 8° e 1 ° (di stanza a Napoli e a Palermo), una dai Reggimenti 4° e 11° (di stanza a Bologna e ad Ancona) e una dai Reggimenti 2° e 6° (di stanza a Milano e a Verona);
  • una batteria mitragliatrici, con quattro Gardener e personale d’artiglieria, comandata dal Cap. a. Alcide Vallauri;
  • un distaccamento misto del Genio su tre drappelli (zappatori, pontieri e telegrafisti ottici)      provenienti dal 1° e dal 3° Reggimento, comandato dal Ten. g. Vito Modugno;
  • un ospedaletto da campo con cinque letti;
  • un drappello sussistenza con quattro forni mobili in ferro;
  • un drappello di Reali Carabinieri (un maresciallo, un vice-brigadiere e sei militi) alle dirette      dipendenze del Comando (va ricordato che alcuni di questi carabinieri rimasero successivamente a presidio della nostra concessione anche dopo il rientro in patria del contingente).
Il Corpo di Spedizione italiano contava dunque, in tutto, 83 ufficiali, 1882 fra sottufficiali e truppa, 178 quadrupedi. Si era cercato di preferire, nei limiti del possibile, il reclutamento volontario, al fine di disporre di soldati entusiasti dell’impresa e motivati di fronte ai rischi (per quanto una tale eterogeneità avrebbe influito negativamente sulla efficienza operativa). Mentre il Corpo si approntava, peraltro, era già partito alla volta della Cina l’Incrociatore «Fieramosca», con due compagnie da sbarco della R. Marina e l’ammiraglio Candiani a bordo; seguivano a ruota il «Vesuvio» – purtroppo subito caduto in avaria – e il «Vittor Pisani», anch’esso carico di due compagnie da sbarco. Il 16 luglio iniziò a Napoli il carico dei soldati sui piroscafi «Minghetti», «Giava» e «Singapore», e le operazioni d’imbarco terminarono la sera del 19 in fretta e furia, per quanto l’imbarco completo fosse stato programmato per il giorno successivo. Per il soverchio carico (le 500 tonnellate previste per ciascun piroscafo erano divenute più del doppio) furono lasciati a terra materiali e 36 muli. All’ultimo momento fu scoperto pure un clandestino: un sergente dei bersaglieri desideroso di prendere parte all’impresa pur non essendo stato prescelto; qualche storia dei bersaglieri racconta anche che non pochi fanti piumati, al momento dell’estrazione dei nomi dei soldati da fare partire, bararono per essere sicuri di salire a bordo.
Alla mattina Umberto I – che pochi giorni dopo avrebbe perso la vita a Monza nell’attentato ordito dall’anarchico Bresci – aveva passato in rassegna i reparti, e ancora sul far della sera, alla partenza dei piroscafi (scortati dalla R. Nave «Stromboli») salutava i soldati a bordo di una lancia.
La truppa poteva contare su un soprassoldo di 40 centesimi, che saliva a 2 lire per i sottufficiali e a oltre 8 lire per gli ufficiali. La razione viveri prevedeva 750 g di pane, 375 g di carne, 125 g di riso o pasta, 15 g di caffè, 20 g di zucchero, 20 di sale, 0,5 g di pepe e 15 g di lardo. L’uniforme si componeva di divisa in tela (scadente e confezionata frettolosamente), elmetto di sughero coloniale e stivaletti: un vestiario pesante e ingombrante, pensato per fare magari la campagna in Africa, ma poco adatto al rigido clima cinese, che in alcune regioni del nord raggiunge persino i 20° sotto zero. Fortunatamente la tenacia del soldato italiano – unita all’oramai proverbiale “arte di arrangiarsi” – riuscì a supplire parzialmente alla stupidità degli alti comandi. Mancavano pure – incredibilmente – i mezzi di trasporto terrestri. E il 7 marzo 1901 Luigi Barzini, l’inviato del Corriere della Sera, ebbe a scrivere: «È un vero peccato che questi eroici giovanotti si sentano ridicoli e avviliti. Non si può andare all’assalto coperti di palandrane cinesi di tela variopinta messe solo per non morire di freddo». E aggiungeva poi che, al momento dello sbarco, i militari si erano ritrovati con una brutta sorpresa: i viveri, conservati in sacchi di tela, erano andati a male, e i materiali si erano arrugginiti; inoltre si era scatenata una violenta epidemia, propagatasi ben presto fra gli uomini ammassati come sacchi di patate per la mancanza di spazio: Era il colmo dell’incapacità organizzativa, ma il Colonnello Garioni e i suoi uomini seppero sopportare anche questo: peccato soltanto che queste deficienze logistiche avrebbero nel tempo rappresentato la costante di buona parte delle operazioni militari condotte dal nostro Paese. Le stragi non si conclusero, purtroppo, con la Liberazione del quartiere europeo a Pechino. Si può dire anzi che s’intensificarono proprio allora, poiché i soldati europei dettero avvio ad una cruenta e spietata opera di repressione, che coinvolse anche molti innocenti. Bastava infatti una delazione per mandare chiunque di fronte al plotone d’esecuzione; e avveniva così che spesso e volentieri la follia omicida – questa volta degli europei – veniva rivolta dai cinesi contro i loro nemici personali. A esacerbare questo stato di cose aveva senz’ altro contribuito la notizia, pubblicata nei giorni precedenti l’imbarco, dal «Daily mail» londinese, che la resistenza nel quartiere aveva ceduto, e che i diplomatici erano stati barbaramente trucidati. L’opinione pubblica era rimasta sconvolta, ed era aumentata la rabbia nel cuore dei soldati, soprattutto di quelli tedeschi, che il Kaiser stesso aveva esortato a ripagare i cinesi con la medesima loro moneta, facendo impallidire il ricordo di Attila. Sopraggiungevano intanto i contingenti inviati dai vari paesi, che da Taku guadagnavano Tientsin per recarsi all’appuntamento con gli “alleati” e con la gloria. Il corpo di spedizione italiano, al comando del Col. Garioni, giunse il 29 agosto 1900: era partito – come abbiamo detto – la sera del 19 luglio, da Napoli; durante il viaggio aveva sostato a Porto Said (il 23 luglio), a Aden (il 29) e a Singapore (dal 12 al 14 agosto), e una volta sbarcato a Taku aveva percorso in treno i 150 chilometri che lo separavano da Pechino. Il contingente internazionale nominò il 26 settembre un comandante generale, con il compito di coordinare le operazioni dei vari corpi di spedizione: si trattava del Feldmaresciallo tedesco Albrecht Graf von Waldersee, peraltro subito contestato dai francesi e dagli americani, che lo accusarono di eccessivo autoritarismo e cercarono di rendersi quanto più possibile indipendenti dal suo comando. E non avevano ad onor del vero tutti i torti, giacché il Maresciallo Generale Mondiale (come egli stesso amava essere chiamato) non aveva altra mira se non quella di favorire sfacciatamente gli interessi economici e il prestigio del suo paese. Gli italiani accettarono invece la nomina senza discutere, anche perché un contingente così povero di uomini e di mezzi e comandato – fatto anche questo non trascurabile – da un ufficiale superiore anziché da un ufficiale generale, non avrebbe potuto certamente pretendere,di avere un qualche potere decisionale. A ciò s’aggiunga che l’Italia era tutt’altro che una grande potenza, e veniva pertanto guardata dagli alleati con una certa supponenza.
Non poche opere di divulgatori italiani evidenziano, ancora in tempi recenti, come nel quartiere affidato alla sorveglianza degli italiani non furono compiuti troppi atti criminosi, né da parte nostra né da parte cinese, per quel rapporto di relativa fiducia e di rispetto reciproco che si instaurò fra i soldati e la popolazione locale. È invece un dato di fatto che la frenesia di vendetta e di saccheggio non risparmiò purtroppo nessun contingente, e del resto sarebbe storicamente improponibile pensare che gli europei potessero provare una qualsiasi forma di considerazione – e quindi di rispetto – nei confronti di un “nemico” al quale non veniva nemmeno riconosciuta la dignità di essere tale. I cinesi venivano infatti visti come un popolo barbaro, primitivo, al quale portare la civiltà nel momento stesso in cui si affermava la supremazia geopolitica. «Ma quale civiltà stiamo portando?», si chiedeva tuttavia il tenente medico Giuseppe Messerotti Benvenuti, che era partito alla volta della Cina armato di medicinali e di una Kodak, con la quale immortalò centinaia di immagini, che sono state recentemente esposte in una mostra dedicatagli nella sua Modena: ritratti di militari in posa come in una gita scolastica si alternano a foto di decapitazioni e gogne, macerie e facce di condannati a morte. Alla retorica che per lungo tempo ha voluto il soldato italiano “buono a tutti costi”, diverso dagli altri e quasi restio ad uccidere, rispondono i rapporti dell’epoca custoditi presso l’Archivio Storico della Marina Militare e le testimonianze scritte dei protagonisti: «Erano passati giorni di tremenda paura – scriveva M. Valli – nei quali qualunque indigeno, servo o letterato che fosse, s’era inchinato umilmente all’ultimo fantaccino delle truppe internazionali. Su per il fiume, da certe giunche di Europei s’era tirato al bersaglio, per giuoco, sui cinesi che si scorgevano nelle campagne, e le acque torbide del Pei-ho avevano continuato a trascinare cadaveri per giorni e giorni. In altre occasioni s’erano riuniti in gruppi gli indigeni, condannati da un giudizio sommario, obbligati a scavarsi una grande fossa e discendervi. Erano fucilati lì dentro, a bruciapelo, senz’altro fastidio che quello di spingere dentro, sui cadaveri, la terra ammucchiata [...]. Spesso, dove sarebbe bastato uno spintone, si tirò una fucilata, e per qualche tempo in quell’atmosfera di dolore e di morte non parve delitto uccidere». Ad ogni modo, il Maresciallo von Waldersee – che fu testimone della maggiori stragi pur senza combattere una sola battaglia – ebbe a dichiarare: «In tutte le innumerevoli esecuzioni che furono compiute sotto ai miei occhi, non vidi mai un cinese mostrare il minimo segno di paura o di emozione». Ai nostri vennero affidate diverse missioni per smorzare le ultime resistenze all’interno della Cina. Ricordiamo quella del 2 settembre, consistente nell’espugnare i forti di Chan-hai-tuan: un incarico particolarmente gravoso, se si considera che già altri reparti vi si erano cimentati invano, e che nel frattempo agli assediati erano giunti due squadroni di cavalleria di rinforzo. Gli italiani annoveravano 470 uomini su tre compagnie, due di bersaglieri e una di marinai, e malgrado l’inferiorità numerica degli attaccanti il nemico fu costretto dopo tre assalti a ritirarsi, abbandonando persino le armi per correre più velocemente. In un’ altra circostanza i francesi, in segno di spregio agli ordini del Feldmaresciallo von Waldersee, avevano occupato il villaggio di Paoting-fu, che era stato affidato al controllo degli italiani e dei tedeschi, prima ancora che questi potessero giungervi. Non avevano però fatto i conti con il Col. Garioni, per nulla disposto a subire l’affronto senza reagire: così una notte, alla testa di 330 uomini, egli riuscì ad introdursi a Cunansien, una cittadina in quel momento assediata dai francesi, e ad issare il tricolore nella sua piazza principale. Purtroppo, dietro l’aneddoto si può leggere facilmente una realtà poco edificante: gli italiani erano troppo inferiori ai loro alleati per numero di uomini, uniformi ed equipaggiamento, e una delle loro preoccupazioni principali – in mezzo a tante quotidiane umiliazioni – doveva essere quella di tenere sempre alto l’onore. Ad ogni modo, neppure i nostri connazionali rinunciarono alla spartizione “autorizzata” del bottino che sistematicamente teneva dietro ai rastrellamenti: dopo l’occupazione della banca di Paoting-fu, e la confisca dell’intero suo deposito, il contingente italiano ebbe circa 26.000 dollari. Il rientro in patria delle truppe del Contingente cominciò nei primi giorni di agosto 1901. Due compagnie di bersaglieri fecero ritorno l’anno successivo, e le restanti compagnie piumate, unite in un battaglione misto, rimasero in Cina sino al 1905. L’assedio delle legazioni, durato cinquantacinque giorni, aveva fatto annoverare 66 stranieri uccisi, due adulti e sei bambini morti per cause diverse, e oltre 150 persone rimaste ferite, mentre il numero dei cinesi morti non poté essere registrato. La guerra si concluse ufficialmente con il Trattato di Pace sottoscritto, dopo faticose trattative, il 7 settembre 1901. Esso sanciva la presenza economico-militare degli europei in Cina, attraverso ulteriori privilegi commerciali e un forte stanziamento di truppe europee (che consentiva il completo controllo del quartiere delle legazioni). La Cina s’impegnava inoltre a punire i funzionari responsabili, ad erigere monumenti alla memoria degli europei uccisi, a sospendere l’arruolamento di funzionari nelle province più toccate dalla ribellione e a pagare alle potenze europee un risarcimento in denaro ammontante complessivamente a 450 milioni di dollari, che furono rateizzati nell’arco di quarant’anni, salendo così – calcolati gli interessi – a 980 milioni. Attraverso il controllo dei dazi doganali tutte le rate furono regolarmente riscosse, sino all’ultima, che venne saldata nel 1940. Inoltre, il divieto di importare armi e la distruzione dei forti di Taku misero definitivamente in ginocchio l’esercito imperiale. L’Italia ottenne la concessione di una zona di neppure 450.000 mq a Tientsin, costituita da un terreno lungo il fiume ricco di saline, un villaggio e un’ampia area paludosa nella quale gli indigeni avevano l’abitudine di seppellire i morti. Dopo un lungo periodo di disinteresse, nel quale la concessione rimase abbandonata a se stessa con gli effetti, in termini d’incuria, che vennero ripetutamente denunciati da militari italiani – fu avviata un’alacre opera di bonifica delle zone infette. Due giorni dopo l’8 settembre 1943, i giapponesi si presentarono ai militari italiani che ancora rimanevano in Cina, intimando loro la resa e facendoli prigionieri. Con il trattato di Parigi (10 febbraio 1947) le potenze occidentali fecero esplicito atto di rinuncia alle loro mire in Cina.
Per concludere, possiamo affermare che la rivolta dei boxers che inaugurò il nuovo secolo rappresentò il primo tentativo di guerra di liberazione condotta da un popolo contro i suoi dominatori occidentali. Le devastazioni, gli stermini e gli stupri furono il prodotto di una tensione fortemente patriottica – paragonabile forse a quella che animò i nostri eroi risorgimentali – volta ad emancipare il paese dall’assoggettamento politico, economico e culturale degli europei, a difendere la propria identità storica e a tentare il rilancio di un’economia che sino a quel momento era stata orientata dagli occidentali a proprio esclusivo vantaggio. Senza queste feroci ribellioni, senza le stragi e gli orrori prodotti dai moti di xenofobia, la Cina sarebbe stata probabilmente smembrata e colonizzata al pari del continente africano. In questo anelito di libertà, gli intellettuali si trovarono fianco a fianco con gli strati più bassi del popolo, e cercarono di esercitare su di loro un controllo ambiguo, ora incitando li alla ribellione, ora frenandoli di fronte alle violenze più efferate. I termini di questo confronto fra i mandarini e la massa non ci sono chiari con precisione: se gli europei poterono resistere per quasi due mesi all’interno delle legazioni assediate, lo si dovette infatti sicuramente non soltanto a quelle poche decine di soldati che sostennero eroicamente gli assalti, ma anche e soprattutto all’azione frenante dei notabili cinesi (e della stessa Imperatrice), preoccupati di dovere poi subire le conseguenze della repressione europea. Il popolo, animato da un generico e confuso odio verso tutti gli europei indistintamente (dai commercianti d’oppio alle suore), mise inconsapevolmente la propria ferocia al servizio della dinastia Manciù. «Sterminio agli stranieri – recitava una canzone d’allora – distruggete le ferrovie, demolite le navi, tagliate i fili dell’elettricità: sulle rovine di una Cina che non è nostra costruiremo la nostra Cina». È d’altro canto vero che, senza l’invadenza dei commercianti e dei missionari europei, e senza i bombardamenti delle cannoniere che li appoggiavano nella loro opera di penetrazione quando questa non era gradita, la dinastia Manciù non avrebbe forse mai consentito alla Cina di uscire da quell’isolamento che taluni hanno definito “splendido”, ma che alla lunga, impedendo al paese di inserirsi tra le nazioni progredite, lo avrebbe lasciato veramente in balia dei primi venuti. Tuttavia, il medesimo ideale di libertà e di riscossa del prestigio della Cina sarebbe stato ripreso di lì a qualche anno da Sun Yan Tsen, sfociando nel 1911 nella fondazione della Repubblica Cinese. E fu l’avvio di un rapido processo di riorganizzazione dell’economia e delle strutture sociali del paese, condotto attraverso l’intero Novecento, passando anche attraverso il regime di Mao Tse- tung. Tale evoluzione mantenne sempre una caratteristica costante, che il maoismo seppe raccogliere dalla decaduta dinastia Manciù ed usare come elemento di coesione sociale e di pulsione verso il progresso: l’emancipazione dagli europei e il riscatto delle sorti del proprio paese, convogliati in un odio xenofobo che si sta attenuando soltanto in questi ultimi anni. È significativo, a tal proposito, il fatto che il quartiere delle legazioni a Pechino fosse situato proprio nelle immediate vicinanze di un luogo che sarebbe poi stato teatro, nel corso del tempo, dapprima delle adunate di Mao, e successivamente, al principio degli anni ’90, delle drammatiche scene della contestazione pacifica degli studenti cinesi: piazza Tien An Men.

martedì 22 maggio 2012

Banco Mondiale: nel 2010 crescita record per Venezuela, ALBA, UNASUR, CELAC e BRICS; perdono potere Europa ed US




di Attilio Folliero, Cecilia Laya e Tito Pulsinelli


Secondo gli ultimi dati pubblicati dal Banco Mondiale, gli otto paesi che conformano l’ALBA (1) sono quelli che maggiormente sono cresciuti fra il 2009 ed il 2010: il PIL dei paesi dell’ALBA è cresciuto del 33,43%, seguto dai 5 Paesi che conformano l’area geografica dell’Africa Meridionale (2), cresciuti del 28,81%, dai 12 paesi dell’UNASUR (3) al 27,07%, dai 33 paesi dell’America Latina che conformano la CELAC (4) al 25,41%, dai 5 paesi dell’ASEAN (5) al 24.39%, dai 5 del BRICS (6) al 22,37% e dai 6 paesi della OCS (7) in crescita del 19.36%.
I paesi del cosiddetto blocco occidentale, che ben rispondono alla definizione di Paesi Industrializzati Altamente Indebitati (PIAI), sono al di sotto della crescita media mondiale; infatti, mentre l’economia mondiale è cresciuta complessivamente dell’8,92%, l’Oceania (Australia e Nuova Zelanda) è cresciuta del 7,68%; i paesi del Nord America del 5,06%; i Paesi dell’OCSE (8) hanno fatto registrare una crescita del 4,74%; quelli del G7 (9) solamente del 3,76%; l’Europa nel suo complesso è cresciuta dell’1,42%. I 27 paesi che conformano l’Unione Europea (10) ed i 17 dell’Area Euro (11) sono in decrescita, rispettivamente dello 0,49% e del 2,14%.
I sedici paesi che conformano geograficamente l’Europa Meridionale e che ben può definirsi Europa Latina (12), hanno sperimentato una decrescita del 3,45% ed è l’area del mondo che ha perso maggior potere fra il 2009 ed il 2010.
Per quanto riguarda i singoli paesi, la Mongolia é in assoluto il paese con la più alta crescita: fra il 2009 ed il 2010 è aumentato del 35,27%; tra i paesi importanti, a più forte crescita troviamo l’Indonesia (31,00%), il Brasile (30,94%), l’India (25,40%), la Russia (21,10%), il Venezuela (20,15%), l’Argentina (20,04%), la Cina (18,74%). Dei sette Grandi, il Canada è l’unico ad avere sperimentato una forte crescita (17,90%); il Giappone è cresciuto dell’8,46%, il Regno Unito del 4,16% e gli USA del 3,83%; la Germania, che occupa il posto 150 nella lista dei paesi in base alla crescita, è in decrescita dello 0,55%, la Francia al posto 167 retrocede del 2,83% e l’Italia al posto 169 decresce del 2,83%.
In attesa che il Banco Mondiale pubblichi i dati del 2011, prevedibilmente nel prossimo mese di luglio, possiamo anticipare che i paesi dell’ALBA, trainati dalla crescita del Venezuela, continueranno ad essere protagonisti anche per l’anno 2011 e seguenti.
Da quando il Venezuela è governato dal presidente Hugo Chávez, secondo i dati del Banco Mondiale, lo sviluppo è stato enorme, trascinando nella crescita anche i paesi dell’ALBA.  Chávez arriva al governo nel 1999, peró nei primi 4 anni, oltre ad occuparsi delle grandi riforme istituzionali, deve fronteggiare un colpo di stato, nell’aprile del 2002 ed una serrata patronale di due mesi, dal dicembre 2002 al febbraio 2003, che letteralmente azzera la produzione petrolifera, principale attività economica del paese. Dal 2003, quando il PIL del Venezuela ascendeva a 83 miliardi di dollari USA, lo 0,22% del PIL mondiale, è passato ad oltre 391 miliardi nel 2010, con una incidenza dello 0,62% sul PIL mondiale; da quinta economia dell’America Latina (dietro a Messico, Brasile, Argentina e Colombia) e 44° economia del mondo, che era nel 2003, è passata ad essere la terza economía dell’America  Latina, dopo Brasile e Messico, superando Argentina e Colombia e 25° economia del mondo nel 2010.
Tra il 2003 ed il 2010 la crescita venezuelana è stata del 368,59%; solamente 4 paesi hanno avuto una crescita superiore: Azerbaijan (611,60%), Angola (508,59%), Kazakistan (383,43%) e Guinea Equatoriale (374,41%). Nello stesso periodo, il Brasile è cresciuto del 277,92%, la Cina del 261,17%, la Russia del 243,87%, l’India del 188,11%. I paesi del G7 hanno avuto crescite modeste: Canada 82,13%, Francia 42,84%, Italia 36,08%, Germania 35,35%, USA 31,54%, Giappone 29,08%, Regno Unito 21,58%.
Nello stesso periodo, fra il 2003 ed il 2010, per quanto riguarda i blocchi economici, quelli che sono cresciuti di più sono: OCS (259,43%), Unasur (246,72%), Brics (241,60%), Alba (233,23%) e Celac (159,63%); al polo opposto, i blocchi cresciuti di meno sono: Area Euro (42,45%), Unione Europea (42,24%), Paesi OCSE (41,31%) e G7 (33,69%).
In sostanza possiamo dire che il baricentro del mondo, si sta spostando sempre più verso America Latina ed Asia; in particolare i paesi del BRICS, dell’ALBA e dell’OCS avranno un ruolo sempre maggiore ed il BRICS è destinato a superare a breve il G7.
Confrontando l’evoluzione negli ultimi 20 anni,  tra aeree e blocchi geopolitici, risulta evidente che il polo incentrato sugli Stati Uniti e l’Europa (G7, Unione Europea e paesi dell’area Euro) – identificabili come PIAI o vassalli della NATO - sono in fase calante. In ascesa i blocchi dei paesi asiatici e dell’America Latina  (BRICS, OCS, UNASUR, ALBA e CELAC).



I paesi del G7, che nel  1993 producevano il 67,45% del PIL mondiale, nel 2010 producevano solo il 50,25% e sicuramente nel corso del 2011 sono scesi al di sotto del 50%; i paesi del BRICS invece, che nel 1992 rappresentavano il 6,72% del PIL mondiale sono triplicati, arrivando al 18,31% nel 2010; cosi pure i paesi della Cooperazione di Shangai (OCS) sono passati dal 3,67% al del 1993 al 12,02% nel 2010.


Vanno su quelli che hanno tralasciato o abbandonato l’ortodossia neoliberista e i diktat del FMI e delle elites finanziarie. Per il futuro a breve e medio termine, possiamo senz’altro dire che i paesi dell’America Latina e dell’Asia continueranno a crescere, mentre si accentuerá il declino progressivo dei PIAI, che fanno capo agli USA ed all’Europa occidentale.
Riguardo il Venezuela, tutto indica che non si fermerá la forte crescita, visto che la produzione di petrolio é programmata per elevarsi dai 2,99 milioni di barili al giorno del 2011, ad oltre 5,81 per il 2018 (13), grazie a circa 100 miliardi di dollari di investimenti, versati sia dal Venezuela che da compagnie petrolifere di numerosi paesi, tra le quali vi è la partecipazione dell’ENI, con oltre 7 miliardi; il settore delle costruzioni contribuirà enormeente alla crescita del paese, considerato che è prevista, per i prossimi 5 o 6 anni, la costruzione di circa 3 milioni di appartamenti, settore che ovviamente trascinerà nella crescita anche l’indotto (cemento, ferro, ceramica, infissi, …); inoltre, contribuirà alla crescita del paese, il potenziamento delle infrastrutture e delle comunicazioni, con la costruzione di migliaia di chilometri della rete ferroviaria, di decine di chilometri in nuove linee metropolitane nelle principali città, il terzo ponte sull’Orinoco (con una lunghezza totale superiore ad 11 chilometri ed equivalente a quasi tre volte il fantomatico e mai realizzato Ponte di Messina, in Italia) e numerose imprese stategiche, tra cui quella dedicata alla progettazione e realizazione di satelliti per telecomunicazioni. Non è affatto azzardato prevedere che il nostro amato Venezuela nel prossimo quinquenio entri a far parte del ristretto gruppo di paesi che hanno un PIL dell’ordine del migliaio di miliardi di dollari.
Il Venezuela, inoltre è destinato ad entrare presto nel gruppo dei paesi a reddito alto; secondo il Banco Mondiale, per l’anno 2010, si considerano a reddito alto i paesi che hanno un reddito procapite superiore a 12.276 dollari annui; per il 2010, il reddito procapite del Venezuela era di 11.590 dollari ed era inserito tra i paesi a reddito medio alto; grazie alla crescita in atto entrerà presto a far parte dei paesi a reddito alto e successivamente ad avvicinarsi sempre più al reddito di quelli che fino ad oggi possiamo considerare i paesi più ricchi del mondo, sempre che continui la attuale politica portata avanti dal governo di Hugo Chávez.

Ricerca a cura di: Attilio Folliero, Cecilia Laya e Tito Pulsinelli (14)

Caracas, 30/04/2012 – Aggiornamento 12/05/2012


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Notas
1)      Gli 8 paesi che formano l’Alleanza Bolivariana per i Popoli di Nostra America – Trattato sul Commercio dei Popoli (ALBA-TCP) sono: Antigua e Barbuda, Bolivia, Cuba, Dominica, Ecuador, Nicaragua, San Vicente y las Granadinas, Venezuela;
2)      I 5 paesi che formano geograficamente l’Africa meridionale son: Botswana, Lesotho, Namibia, Sudafrica e Swaziland;
3)      I 12 paesi che conformano la Unione di Stati Sudamericani (UNASUR) sono: Argentina, Bolivia, Brasile, Cile, Colombia, Ecuador, Guyana, Paraguay, Perú, Surinam, Uruguay e Venezuela;
4)      I 33 paesi che fanno parte della Comunità di Stati Latinoamericani e Caraibici (CELAC) sono: Antigua e Barbuda, Argentina, Bahamas, Barbados, Belice, Bolivia, Brasil, Cile, Colombia, Costa Rica, Cuba, Dominica, Ecuador, El Salvador, Granada, Guatemala, Guyana, Haití, Honduras, Giamaica, Messico, Nicaragua, Panama, Paraguay, Perú, Repubblica Dominicana, Saint Kitts e Nevis, Santa Lucia, Saint Vincent e Grenadine, Surinam, Trinidad e Tobago, Uruguay e Venezuela;
5)      La Associazione di Stati del Sud-est Asiatico (ASEAN) è formata da 10 paesi (Brunei Darussalam, Cambogia, Indonesia, Laos, Malesia, Myanmar, Filippine, Singapore, Tailandia e Vietnam); in questa nostra ricerca prendiamo in considerazione solamente i 5 paesi più grandi per i quali esistono dati certi per il periodo analizzato: Indonesia, Malesia, Filippine, Tailandia e Vietnam;
6)      I 5 paesi del BRICS sono: Brasile, Russia, Cina, India e Sudafrica;
7)      I 6 paesi membri della “Organizzazione della Cooperazione di Shanghái” (OCS) sono: Cina, Russia, Kazakistan, Kirgikistan, Tagikistan e Uzbekistan; attualmente sono entrati come osservatori altri 4 paesi (India, Iran, Pakistan e Mongolia), che in futuro potrebbero entrare a pieno titolo nella OCS; inoltre, sono in corso trattative con altri due paesi (Bielorussia e Sri Lanka); infine, in Serbia ci sono partiti e movimenti che invece dell’ingresso nella Unione Europea stanno facendo pressione per avvicinarsi alla OCS, organizzazione che quindi in un futuro non tanto lontano potrebbe assumere un ruolo rilevante a livello mondiale;
8)      L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo económico (OCSE), conosciuta come “club dei paesi ricchi” fino al 2010 aveva 33 paesi membri: Canada, USA, Regno Unito, Danimarca, Islanda, Norvegia, Turchia, Spagna, Portogallo, Francia, Irlanda, Belgio, Germania, Grecia, Svezia, Svizzera, Austria, Paesi Bassi, Lussemburgo, Italia, Giappone, Finlandia, Australia, Nuova Zelanda, Messico, Repubblica Ceca, Ungheria Polonia, Corea del Sud, Slovacchia, Cile, Slovenia e Israele; alla fine del 2010 è entrata anche l’Estonia e pertanto i paesi membri attualmente sono 34;
9)      Il Gruppo dei sette o dei sette grandi (G7) è costituito da: USA, Giappone, Germania, Francia, Regno Unito, Italia e Canada;
10)   I 27 paesi che attualmente formano l’Unione Europea sono: Austria, Belgio, Bulgaria, Cipro, Repubblica Ceca, Danimarca, Slovacchia, Slovenia, Spagna, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Ungheria, Irlanda, Italia, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Malta, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo, Regno Unito, Romania e Svezia;
11)   I 17 paesi dell’Unione Europea che hanno adottato l’Euro (Eurozona) sono: Germania, Austria, Belgio, Cipro, Slovacchia, Slovenia, Spagna, Estonia, Finlandia, Francia, Grecia, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Malta, Paesi Bassi e Portogallo; ricordiamo che l’Euro è stato adottato anche da altri 6 paesi (Monaco, San Marino, Vaticano, Andorra, Montenegro e Kossovo) e dai territori britannici in Cipro (Akrotiri e Dhekelia) e per le sue emissioni filateliche anche dal Sovrano Militare Ordine di Malta, stato senza territorio riconosciuto dall’ONU;
12)   I 16 paesi che formano geograficamente l’Europa del Sud e che Félix Martin Rodríguez Melo ha giustamente denominado “Europa Latina”, sono: Albania, Andorra, Bosnia ed  Herzegovina, Croazia, Slovenia, Spagna, Gibilterra, Grecia, Italia, Kosovo, Macedonia, Malta, Montenegro, Portogallo San Marino e Serbia;
13)   Secondo l’annuale rendiconto del 2011 di PDVSA, Url www.pdvsa.com
14)   Attilio Folliero è un italiano residente in Venezuela, laureato in Scienze Politiche all’Università “La Sapienza” di Roma; attualmente professore contrattato della Facoltà di Scienze delle Comunicazioni (Escuela de Comunicación Social) dell’Università Centrale di Caracas (UCV); Cecilia Laya è una economista venezuelana, con cittadinanza italiana, laureata in Economia presso la UCV, attualmente funzionario della Università “Simon Bolivar” di Caracas (USB); Tito Pulsinelli è un sociologo italiano dell’Università di Trento, analista ed osservatore geopolítico; i tre furono tra i fondatori del sito web lapatriagrande.net e sono membri del FREVEMUN (Fronte dei venezuelani del mondo) e di COVENPRI (Associazione venezuelana di professionisti delle relazioni internazionali e difensori della solidarietà mondiale)













Learning a New Language on Location


                                                                                                    Marcelo Arroyo Jiménez 
Andrea Cascante, left, taught a class at the Intercultura center in Heredia, Costa Rica, in 2011.
AMERICANS are not known for their facility with foreign languages, and learning gets more difficult as people age. But that has not stopped 60-, 70- and 80-somethings from heading to senior-friendly language immersion classes to tackle verb conjugations and the nuances of idioms — in places like the Tuscan hills and beach towns of Costa Rica.
“It can open up your world, and it’s a great way to meet people,” said Randy Balla, 63, of Evanston, Ill., who was a middle-school special education teacher for 31 years before retiring. He took up French recently. “The language is beautiful,” he said. He hopes to learn enough to discuss French literature and poetry and enhance his travel experiences.
“Learning now is more focused, more pleasant and less pressured than college,” said Mr. Balla. He took a three-week French immersion program last summer at the University of Quebec in Trois-Rivières and plans to attend this summer. “The tests are easier now, because there aren’t any,” he said jokingly.
The program is offered by Road Scholar, a nonprofit group formerly known as Elderhostel that created some language programs more than 10 years ago.
Daniel Lavoie, director of the École Internationale de Français at the University of Quebec, where the French Quebec Road Scholar program is held, said the average participant was 70, but some as old as 85 had attended. One woman has taken the program 15 times.
“We have to be patient, so going at a slower pace may be in order,” Mr. Lavoie said, but there were few other special challenges in teaching older adults. “They really like to learn,” he said. “If they are motivated, for sure they will learn it. That’s the key.”
However, fine-tuning pronunciation can be tricky. “The accent? Who cares?” he said with a laugh.
The number of older adults enrolled in immersion programs abroad is not tracked, experts said. Beth Lieberman, vice president of AmeriSpan Study Abroad, a company that offers language travel programs through partner schools in 15 languages in 40 countries, said older adult participation “has remained consistent since the early 1990s and is a good portion of our repeat business.”
In the last five to 10 years, there has been a trend to tailor programs to the needs and interests of travelers 50 and older, Ms. Lieberman said. AmeriSpan offers eight such programs, called Golden Age programs, in Italy, Spain and France. They are part of its Language and Fun series, which combine language immersion with excursions and cultural activities.
But Ms. Lieberman said that while some older adults preferred same-age groups, many others favored general classes that offered a greater variety of dates and locations and a mix of international students of all ages.
Il Sasso, an Italian language school in Montepulciano, Italy, tried special classes for older adults several years ago.
Not all of the older people were happy with it, said Heike K. Wilms, Il Sasso’s office manager. Most students preferred a mixed environment, she said. In addition, she said, because most students at Il Sasso were age 40 or older, nobody had the feeling of being too old. So the special classes were discontinued.
One of the most common concerns many older learners have is fear of failure and the worry that they will be the worst in the class. “Most students have not been to school for 20, 30 or 40 years. If they are bombarded with grammar, they go home and are not happy. It has to be fun,” Ms. Wilms said.
“As an older learner, maybe one approaches it with high expectations to learn quickly,” said Irmgard Booth, 72, from Lewisburg, W.Va., a retired nurse. She studied at Il Sasso this month, her third time since April 2011. But “some days you absorb it very well, and other days it’s like, ‘What’s going on?’ Sometimes it’s discouraging,” she said.
But “proper grammar is not a priority for me,” said Ms. Booth. She is learning the language so she can speak with her son’s future mother-in-law, who is Italian. “She’s taking English and I’m taking Italian,” she said.
The teachers are patient and reassuring, Ms. Wilms said. And the school weaves Italian culture through its programs, with a variety of activities like cooking, wine tasting and hiking through the Tuscan countryside, she said.
Immersion programs tend to progress at a rapid pace and can be tiring, so the Intercultura Language School and Cultural Center, a Spanish language school in Costa Rica, does several things to help some older learners at its campuses in the colonial city of Heredia and the beachfront community of Sámara. They are offered an extra hour of private tutoring each day, as well as conversation classes outside the regular class, two extra hours a week.
“The percentage of people who take it increases proportionately with age,” said Laura Ellington, the school’s founding director. Extra practice “gives them more confidence” and helps them overcome the fear of making mistakes, she said.
And then, of course, there are the superstars, like Jane Gantz, a former senior associate director of admissions at Indiana University in Bloomington, who retired four and a half years ago. She has studied at Intercultura a number of times, staying four to six weeks each time.
“It was hard. It’s still hard,” Ms. Gantz said in a phone conversation from Valencia, Spain, where she is taking immersion Spanish and living with a local family. “I really work hard at it.”
When not traveling, she regularly listens to Latin American music, takes language classes and attends conversation classes near her home.
She is now nearly fluent, according to Lucie Angers, group coordinator at Intercultura’s Sámara campus. “Her Spanish is beautiful,” she said.
Ms. Gantz’s interest began 20 years ago when a young woman from Spain lived with her family as an exchange student. “I was very frustrated because I wasn’t able to communicate with her,” she said, but she was not able to find the time to study Spanish while working.
She said she planned to return to Costa Rica to study every February, when the weather was ideal. “I’ll do this for as long as I am able to do it,” she said. “I have discovered my passion. It really changed my life. It is the best thing I’ve done.”
Language immersion programs are particularly good for people who are traveling alone, visiting a country for the first time and planning extended stays but are not interested in traditional tour groups.
“They feel like they have a support base and are not totally on their own, like backpackers,” Ms. Ellington said. She strongly recommends staying with a local family and sharing meals, an excellent way to learn about a culture and gain an instant connection to the community. “And for language acquisition, it is unbeatable,” she said.
George Hughes, 83, a retired university professor who lives on a small ranch near SweetHome, Ore., took classes at Intercultura last year and lived with a host family. He said he had been comforted by the built-in social network of language schools. “At my age, I don’t want to go to a hotel,” he said.
Mr. Hughes had trouble adjusting since his wife died six and a half years ago, so he took up Spanish.
“To get back into the swing of things, I started going south of the border,” he said. He plans to head to Oaxaca, Mexico, this week for his 19th Spanish language program abroad. He will be joined by his grandson, a 20-year-old college student.
“I always enroll in a school for three weeks at a time,” Mr. Hughes said. “I love it. I have a good time.”
Does all this language learning help keep the mind sharp?
Scientific evidence shows that being bilingual is a particularly good exercise for the brain and an excellent way to build cognitive reserves, said Ellen Bialystok, a psychology professor at York University in Toronto who has studied the benefits to the brain of bilingualism. She said it would not prevent diseases like Alzheimer’s and dementia; it simply helped coping with them by delaying symptoms. “Everything you do that is stimulating and hard is good for your brain,” she said.
A version of this article appeared in print on May 10, 2012, on page F7 of the New York TIMES edition with the headline: Learning a New Language on Location.

30/04/2012: Deuda pública de Estados Unidos llega a su máximo histórico



Por: Attilio Folliero (*)

El pasado 30 de abril, según datos difundido por el Tesoro de Estados Unidos, la deuda pública oficial de Estados Unidos ha llegado a 15.692,37 billones de dólares, lo que equivale a su máximo histórico. Barack Obama en sus 827 días de gobierno, desde que asumió la presidencia el 20 de enero del 2009, ha sido capaz de acumular una deuda pública equivalente a 5.065,49 billones de dólares, con un déficit medio diario de 4,24 billones de dólares; Obama ha llegado a superar la deuda acumulada por el anterior presidente George W. Bush, que en 8 años de gobierno había dejado en herencia una deuda record de 4.899,10 billones de dólares.

Indudablemente Barack Obama será recordado por mucho tiempo como el presidente que peor ha manejado el balance del Estado: en sus poco más de tres años de gobierno ha acumulado un tercio de toda la deuda que Estados Unidos ha acumulado a lo largo de su historia; los últimos dos presidente en poco más de 11 años han sido capaz de acumular alrededor de 10.000 billones de dólares. 
Estados Unidos había llegado a una deuda de 5.000 billones de dólares el 23 de febrero de 1996; para acumular 1.000 billones de dólares más y llegar a 6.000 fueron necesarios 6 años; desde entonces con el presidente George W. Bush y su política de guerra, el déficit presupuestario se triplico pasando de los anteriores medio billón escaso de déficit diario a 1,5, determinando un acumulo de mil billones de deuda cada dos años o poco menos; en su último año de presidencia en solo 396 días acumula 1.000 billones, llevando la deuda estadounidense a los 10.000 billones. Por supuesto este fuerte crecimiento se debe a la crisis económica con la cual se encontró en su último año de presidencia y la transferencia de grandes cantidades de dinero público a las empresas en crisis.
Con la llegada de Obama la deuda pública de Estados Unidos empeora drásticamente, acumulando mediamente mil billones de dólares cada siete meses y medio. El pasado 15 de noviembre había llegado a 15.000 billones y presumiblemente llegara a los 16.000 antes que termine el mes de Julio.
El problema de Barack Obama, así como toda la sociedad estadounidenses, es que está acostumbrado al consumismo y a gastar por encima de lo que se tiene, financiando el déficit con préstamos. Pero, llegando a cifras así altas es muy difícil encontrar quien pueda financiar diariamente estos más de 4 billones y por ende ha sido necesario recorrer a la imprenta de dólares, lo que determinará enormes problemas, en un futuro no lejano.
Lo peor de todo, por Estados Unidos, es que no hay ninguna voluntad de cambiar; de hecho, Obama en sus balances para los próximos diez años, hasta 2021, sigue pensando que los Estados Unidos tienen que seguir gastando más de lo que tiene a disposición.
Además, hay que añadir otro aspecto: cada años, cuando se pasa a rendir cuenta, las cifras reales son siempre diferentes y en negativo, en relación a lo presupuestado; por ejemplo, cuando se hizo el balance para el 2012 se presuponían entradas por 2.627 billones y gastos por 3.729; en realidad los ingresos fiscales, según estima del mismo gobierno, para el año en desarrollo, no llegaran ni a 2.400 billones. Es muy probable que todos los datos optimistamente estimados por el próximo decenio, van a ser peores, determinando una crisis institucional que podría llevar a la ruptura y desaparición de la misma unión. 

Balance de los Estados Unidos hasta 2021, según informe de la Casa Blanca

Attilio Folliero, Caracas
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Nota
  • Attilio Folliero, politólogo italiano, egresado de la Universidad La Sapienza” de Roma, actualmente profesor contratado de la Escuela de Comunicación Social de la UCV, desde muchos años estudia la deuda pública de Estados Unidos, el desarrollo de las bolsas mundiales y todos los temas relacionado con la crisis económica.

venerdì 3 febbraio 2012

Il caso Piras-Perón – LA LEGGENDA DI UN SARDO CHE SAREBBE DIVENTATO JUAN PERÓN. CHI ERA PERON? DOVE NACQUE? Un enigma sardo nella storia dell’Argentina

E’ uno dei casi più misteriosi ed affascinanti della storia moderna. Il mitico Generale Juan Perón, tre volte presidente dell’Argentina, sarebbe in realtà un italiano, più precisamente della Sardegna.
La pretesa ha dell’incredibile ma molti elementi concorrono, in tutti i casi, in direzione di un Perón sardo. Sul fatto se ne parlava timidamente negli anni ‘40 e verso l’inizio dei ‘50 solamente a Mamoiada (piccolo centro in provincia di Nuoro), teatro iniziale di questa fantastica vicenda, ma esplose poi con fragore nel 1951 dopo la comparsa di due articoli scritti dall’avvocato giornalista Nino Tola sul quotidiano “L’Unione Sarda” e qualcosa anche su “Il Giornale d’Italia”. In quel periodo il Tola svolse incredulo le prime indagini ed incuriosì tutti. Naturalmente anche negli ambienti culturali sardi a quei tempi la notizia venne ampiamente commentata fra stupore e perplessità.
Il caso fu ripreso oltre vent’anni dopo dal giovanissimo mamoiadino Peppino Canneddu e pubblicato nel 1984 in un libro dal titolo “Juan Peron-Giovanni Piras, due nomi una persona”, edito da Antonio Lalli – Poggibonsi –. Le prime ricerche insinuavano che Giovanni Piras, un umile contadino di Mamoiada emigrato giovanissimo ai primi del secolo scorso in Sud-America, sarebbe diventato nientemeno che il mitico presidente Juan Perón. La questione affascinò per tanto tempo un terzo ricercatore, Raffaele Ballore, che dal 1993 in poi iniziò ad indagare ulteriormente e a raccogliere materiale deciso a trarre un soggetto cinematografico da questa storia (soggetto finito di scrivere nel 1996, registrato e depositato alla SIAE – Roma – nel 1998-). La ricerca doveva però necessariamente essere approfondita e trovare documentazione probatoria pro o contro questa fantastica tesi e verificare argomenti e fatti che hanno viziato alcune coincidenze in passato.
Cosa è cambiato dal 1984 ad oggi? Si sono trovate novità sul caso? Si è arrivati a supportare questa inverosimile affermazione con documenti di un certo peso e a compiere indagini circostanziate? Una miriade di nuovi elementi si sono aggiunti a migliorare (e complicare) le cose, e in base alla documentazione hanno fatto cambiare percorso iniziale al Ballore pur mantenendo la stessa “rotta”. I dubbi sul Piras sono stati affrontati e risolti dalla sua meticolosa ricerca riportata nel libro “El Presidente” – Il caso Piras-Perón -, con sottotitolo “La leggenda di un sardo che sarebbe diventato Juan Perón”. L’indagine, oltre a sfatare il caso finora conosciuto, evidenzia efficacemente le tantissime contraddizioni di Perón e le lacune degli storici argentini con documenti e fotografie ed è caratterizzata dal forte desiderio della conoscenza e della verità. Troppo spesso le voci di popolo hanno avuto qualche fondamento, ma è anche vero che talvolta la “cassa di risonanza” popolare amplifica più del dovuto i fatti ed arriva persino a stravolgerli. Una seria verifica era necessaria senza lasciarsi trasportare o coinvolgere emotivamente anche quando moltissime testimonianze giocavano a favore della ipotesi di Mamoiada e che per una lunga serie di micidiali coincidenze (alcune forzate) sembrava non lasciare alternative. E’ stato fatto uno studio accurato andando alla ricerca del Piras emigrato da Mamoiada nel 1910 e indagando su particolari fasi della vita di Perón e dei suoi documenti personali. La pista del Perón mamoiadino è stata poi trascurata dal Ballore quando sono stati analizzati importanti documenti della prima moglie del Generale e i dati antropometrici nel foglio Matricolare Militare del Piras confrontati con quelli di Perón. Infine è stata lasciata definitivamente alla leggenda popolare dopo il risultato di una perizia che non lascia dubbi.
L’autore riporta le voci popolari e le testimonianze in Sardegna che fanno letteralmente rimanere a bocca aperta per il contenuto delle rivelazioni e le tante coincidenze che avvalorerebbero la versione del Perón mamoiadino ma che, in tutti i casi, contribuiscono indubbiamente ad un fondo di verità poiché importanti elementi fanno ritenere che Perón sia stato un sardo vero. Che il tre volte presidente argentino nasconda qualcosa di serio nel libro emerge in maniera chiara ed inequivocabile. Fondamentalmente i punti di maggior forza sono: la più volte dichiarata “sardità” del Generale e l’inesistenza dei suoi avi nell’isola; il ritrovamento di documenti ufficiali riguardanti il politico argentino chiaramente sospetti; le fotografie da giovane e da maturo militare non corrispondenti a quelle del bambino e adolescente; le minacce avute dall’avvocato Tola e l’importante testimonianza inedita raccolta dal giornalista Franco Siddi (attuale presidente della Federazione Nazionale della Stampa). Seguono una serie di anomalie e stranezze nella documentazione ufficiale del militare Perón e della famiglia. Raffaele Ballore ha seguito e crede in una pista sarda pur non essendo riuscito ad individuare località di provenienza, infatti scriverà “Piras-Perón” sino alla fine del libro ma con questo gioco di cognomi vuole significare più generalmente il caso, appunto, di un Perón sardo. Ormai sono tanti ad essere colpiti dalla “peronite”, questa storia affascina chiunque: chi procura scritti, chi una piccola testimonianza, altri suggeriscono un indizio. In questo caso chi più ne ha più ne metta, la verità storica si raggiunge con il contributo di tanti. Per mettere definitivamente la parola fine al caso del Perón sardo, manca solo la prova genetica, prova che, secondo le risultanze riportate sul libro “El Presidente”, dovrebbe essere fatta ai resti di Juan Perón e di sua madre Juana Sosa. Il perché si capisce leggendo questo volume che argomenta il caso con documenti, foto e testimonianze. Tomás Eloy Martínez, grande scrittore e biografo indipendente di Perón, scrive:
«…insieme a Joseph Page ho scoperto che narrare di Perón è un’impresa senza fine e nessuno potrà mai scrivere il libro definitivo».
In Sud America non è stato facile indagare su una storia del genere: troppe difficoltà, troppe porte chiuse, troppo tempo trascorso e, perché no, troppi interessi dello Stato Argentino. Alcuni scrittori hanno segnalato delle stranezze anagrafiche circa le origini del Generale, chi le giustifica con l’imbarazzo di Perón non legittimato dalla nascita e chi non sa spiegarsene i motivi. Pochi però hanno osservato attentamente le sue vicende, soltanto con un’attenta analisi ci si accorge che tutta la vita di questo illustre personaggio è piena di misteri e sorprese che pongono seri interrogativi sopratutto perché ci sono ora elementi non trascurabili da sottoporre all’attenzione degli storici.
Bisogna dire che questo caso ha meritato la difficile e approfondita ricerca di cui è stato oggetto. Indagare sulla vita di Perón per chiarire la vera identità non vuole assolutamente essere un atto scortese nei confronti del popolo argentino ne’ sminuire la figura del loro ex Presidente.
L’autore non valuta il Perón politico perchè non ha approfondito la conoscenza del suo operato e le sue idee, all’interno di questa ricerca accenna solo un piccolo profilo. Esprime però la personale considerazione dicendo che se é stato eletto democraticamente per tre volte vuol dire che per gli argentini qualche merito l’avrà pur avuto anzi, ancora oggi, lui ed Evita, la famosa venerata e dissacrata sua seconda moglie, rimangono due figure mitiche nell’intero panorama latino-americano. Ma non ha intenzione di celebrare o demolire nessun “mito”, vuole soltanto mettere in discussione una verità di interesse storico perché se tutto corrisponderà a verità un suo conterraneo, con il nome di Juan Perón, nel bene e nel male, è stato un protagonista della storia del 1900.
In uno dei libri di Enrique Pavòn Pereyra, biografo personale di Juan Perón, spicca in maniera enigmatica una frase dettata allo scrittore dall’esule argentino nella casa madrilena su come ha conservato gelosamente l’origine della sua natalità, si legge:
«…Io ho giocato con il mio destino una magica scommessa, sono riuscito fino ad oggi a conservare le mie origini come profondo segreto».
Al di là della fantastica storia che propone il libro “El Presidente” di Raffaele Ballore, un fatto importante accomuna i destini della Sardegna, dell’Argentina e le loro capitali: la città di Buenos Aires prende il nome dalla chiesa della Vergine della Buona Aria, patrona di Cagliari e di tutta la regione sarda.





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